Art. 17

Sez. 6 Sent. 11395 del 14/12/93

Con la legge 15 febbraio 1963, n. 281, sulla disciplina della preparazione per il commercio dei mangimi, un testo normativo volto a tutelare più il patrimonio zootecnico che la salute della collettività, è stato introdotto(art. 17, comma secondo) il divieto per gli allevatori (sanzionato dall'art.22, penultimo comma) di detenere e somministrare agli animali quelle sostanze capaci di provocare modificazioni al naturale svolgimento delle funzioni fisiologiche. La convergenza delle dette disposizioni con il precetto dell'art. 2 della legge 3 febbraio 1961, n. 4, va risolta facendo applicazione del principio di specialità, così rendendo operante soltanto la seconda fra le due norme, da ritenere più comprensiva delle prime.

Art. 22

Sez. 3 Sent. 11511 del 28/11/95

Si configura il reato di cui all'art. 22 primo e secondo comma della legge 15 febbraio 1963 n. 281 (concernente la commercializzazione di prodotti dannosi per il bestiame), allorché, dall'analisi espletata su un campione di mangime completo, sia risultata la presenza di un principio attivo medicamentoso, autorizzato per i mangimi indicati (per i quali è necessaria una prescrizione di tipo medico- veterinaria, e il cui utilizzo è limitato ad un certo numero di giorni) ma non autorizzato per i mangimi completi. È, infatti, evidente che l'uso indiscriminato - cioè senza la predetta prescrizione veterinaria e senza limitazioni temporali - di tale tipo di mangime può provocare danni al naturale svolgersi delle funzioni del bestiame.

 Sez. 3 Sent. 01686 del 11/02/98 (UD.03/12/97)

L'art. 22, primo comma, della Legge 15.2.1963, n. 281 (disciplina della preparazione e del commercio dei mangimi), in seguito alla depenalizzazione operata dall'art. 32, primo comma, della legge n. 689/1981, punisce con sanzione amministrativa "chiunque vende, pone in vendita o mette altrimenti in commercio o prepara per conto terzi o, comunque, per la distribuzione per il consumo, prodotti disciplinati dalla (stessa) legge non rispondenti alle prescrizioni stabilite, o risultanti all'analisi non conformi alle dichiarazioni, indicazioni e denominazioni .... salvo che il fatto non costituisca più grave reato". L'elemento materiale del reato di frode nell'esercizio del commercio (art. 515 cod. pen.) consiste nel consegnare all'acquirente una cosa mobile non conforme a quella convenuta e l'interesse tutelato è quello del leale esercizio e dell'onesto svolgimento del commercio. Le due norme si pongono, dunque, in una relazione di concorso reale (non apparente)per la diversa obiettività giuridica e per il diverso interesse protetto: garanzia della qualità dei prodotti venduti, nel primo caso; tutela della correttezza e lealtà commerciale, nel secondo. I beni giuridici tutelati, pertanto, non soltanto non sono identici, ma neppure omogenei e non può trovare applicazione il principio di specialità fissato dall'art. 9, primo comma, della legge 24.11.1981, n. 689 in ipotesi di concorso tra le disposizioni penali e quelle amministrative previste da leggi dello Stato.